L’estremista liberale. Su Marco Pannella

“Ma io sono un cornuto divorzista, un assassino abortista, un infame traditore della patria con gli obiettori, un drogato, un perverso pasoliniano, un mezzo-ebreo mezzo-fascista, un liberal borghese esibizionista, un nonviolento impotente. Faccio politica sui marciapiedi” (Marco Pannella)

La sua era una morte annunciata, annunciate tra risate e feste e anche in ospedale durante le ultime ore ha dispensato un sorriso pieno d’amore ai suoi compagni radicali e chiesto che ai suoi funerali “popolari” di sabato 21 maggio a piazza Navona si suonasse il requiem di Mozart.

Personalmente ho trovato nel partito radicale fin dal 1972 una sponda più estetica che politica alle mie intemperanze artistiche e provocatorie, ho trovato in Marco Pannella ma anche in Emma Bonino, in Spadaccia, nella compianta Adele Faccio dei complici più anziani ma ugualmente scapestrati e senza regole. Ricordo che mentre distribuivo volantini radicali per il divorzio e poi per la legalizzazione della marjuana fui prima malmenato dai fascisti e poi dai comunisti del PCI. Quel PCI che Marco Pannella scandalosamente invitava a cessare “di proporre mirabolanti politiche che nemmeno da soli potreste attuare. Rivolgetevi come interlocutori ai laburisti inglesi e alla socialdemocrazia tedesca, e non agli sparuti gruppi comunisti belgi, olandesi, scandinavi, inglesi, che non rappresentano nessuna reale posizione democratica e popolare nei loro Paesi”

Marco Pannella era chiamato il “santo laico” forse per la sua furia mistica, per quella sua predilezione per le cose concrete, senza fare il politico, senza il compromesso e senza arricchirsi mai, anzi i soldi li metteva di tasca sua e, da parlamentare li versava tutti al partito. Partito che per sete di giustizia o per pura provocazione ha avuto nelle sue lite Valpreda, Toni Negri, Cicciolina, Enzo Tortora e tanti altri.
Hanno detto che Marco Pannella cambiava spesso bandiera perché ora di alleava con la destra ora con la sinistra, in realtà come radicale lottava per raggiungere il suo scopo, per quello che doveva e l’importante, come Macchiavelli, non erano i mezzi, ma lo scopo.

E questa è la differenza che prima o poi, speriamo non troppo tardi, si dovrà comprendere.
Da liberale libertario alla Gobetti (quello della Rivoluzione liberale) amava gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come lui, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione. Credeva alla parola che si ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed esser davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri e alle ideologie.

 Per questo era tanto odiato ma anche, sia pure dai pochi, follemente amato.
Sapeva colpire nel segno con grande spregiudicatezza, come quando, ed è cosa recente, scoppiò la polemica contro la RAI e contro Vespa che aveva ospitato il figlio di Riina. Lui disse: “Ma quale epurato. È un gran figlio di buona donna. Il guaio, semmai, è stato un altro: hanno cacciato Biagi, hanno cacciato Santoro, ma si sono tenuti Vespa. E così siamo al “vespasiano”.

Onore al compagno Pannella!

Guido Zeccola