Paolo Grossi lascia la direzione dell’Istituto Italiano di Cultura. La sua esperienza in Svezia

Paolo Grossi è da molti considerato tra i migliori direttori che l’istituto di cultura abbia avuto fin dalla sua fondazione. Dopo quattro anni di attività e responsabilità Paolo Grossi lascia l’istituto per fine mandato. 
Uno degli aspetti che ha caratterizzato il tuo impegno qui a Stoccolma è stato senza dubbio l’editoria. La rivista Cartaditalia e la collana di libri di 

autori italiani tradotti per la prima volta in svedese. Non è così?
- Io innanzitutto distinguerei le due iniziative, la rivista e la collana. Avevo intenzione di creare la rivista già nei mesi precedenti il mio trasferimento a Stoccolma, quando avevo avuto notizia della nomina. Ho alle spalle esperienze editoriali in Italia e in Francia, dirigo ancora una collana in Francia, però quella della rivista è stata per me un’esperienza nuova. Quello che mi interessava era di creare una mappa o carta (da qui il nome Cartaditalia) dedicata a illustrare la realtà culturale ed artistica italiana di oggi. E’ molto facile parlare di autori del passato remoto o anche recente, ma è più difficile proporre agli svedesi un panorama sulla letteratura, l’arte, la musica, il teatro, il cinema italiani di questi anni. A me è parsa un’operazione necessaria. I vari numeri di CARTADITALIA vogliono essere altrettante mappe dei principali campi del sapere e della vita culturale in Italia. Diverso invece il discorso della collana di libri. L’idea è nata dopo, quando ho incontrato i maggiori editori svedesi ed ho constatato la loro scarsa conoscenza della letteratura italiana contemporanea.  L’impressione che ho avuto è che le case editrici, specialmente quelle più grandi, o pubblicavano poco o quando lo facevano si affidavano ad informazioni di seconda mano o a alle referenze offerte da premi letterari come Campiello e Strega, quindi irrilevanti rispetto alla qualità dei libri. Da qui la nostra volontà, non di sostituirci alla scelta degli editori, ma di dare uno stimolo, di far conoscere giovani autori contemporanei o di far conoscere titoli di autori famosi, che difficilmente avrebbero trovato un traduttore. Penso alle raccolte di saggi di Calvino e di Magris, ad alcuni titoli di Pasolini e soprattutto alla poesia, ad Andrea Zanzotto, a Primo Levi poeta e a Eugenio De Signoribus, il poeta italiano contemporaneo più significativo oggi in attività.

Oltre a questo ti sei anche impegnato ad organizzare eventi e festival, mostre e installazioni. Se dovessi fare una scelta quali sono gli eventi a tuo giudizio più riusciti e quali, se ci sono, quelli meno riusciti?
- Ciò che mi ha dato più soddisfazione è certo l’attività editoriale, ma accanto a questa c’è la musica. La scelta è stata quella di fare dell’istituto il luogo dove si esegue musica italiana contemporanea. Sappiamo tutti che la musica “seria” contemporanea si rivolge ad una fascia ristretta di pubblico, tuttavia tale scelta è pienamente coerente con quello che è uno dei compiti fondamentali dell’istituto, quello di promuovere la creatività artistica italiana contemporanea. Esistono a Stoccolma altre istituzioni per ospitare i grandi esecutori e i grandi ensemble, noi abbiamo scelto di qualificarci sulla scena musicale come il luogo di incontro con i compositori italiani di oggi. Abbiamo perciò invitato a Stoccolma una dozzina di compositori giovani, abbiamo proposto loro di tenere dei seminari con gli allievi di composizione del Conservatorio: i risultato si vedono nell’ultimo numero di Cartaditalia appena uscito.
Certo si è trattato di un’iniziativa di nicchia, e tale voleva essere. Ma è stata accolta con grande entusiasmo dalle istituzioni musicali svedesi, quindi è una delle iniziative di cui sono più soddisfatto. Per quanto riguarda le delusioni… beh, avrei voluto fare tante altre cose ma i mezzi economici limitati non me lo hanno permesso. Comunque sono molto soddisfatto delle relazioni avute con tutte le istituzioni culturali svedesi.

A me pare che il governo italiano, a causa della crisi economica, abbia come al solito colpito le attività culturali ed artistiche in misura forse maggiore di altri settori. I fondi ad ambasciate e agli istituti sono stati drasticamente tagliati, ed anche il contributo alla conoscenza della lingua italiana all’estero non ha più quell’appoggio economico di cui avrebbe bisogno.
- Sì è vero, ma questi tagli ci sono e sono dolorosi, ma ci hanno anche spronati a cercare dei percorsi alternativi, a trovare sponsor, a fare l’impossibile per tirare avanti, imponendoci di misurare meticolosamente le spese. Sull’italiano non sono così pessimista perché nonostante tutto in cinque università svedesi, Stoccolma, Lund, Uppsala, Falun, Umeå, gli studenti sono in crescita. Certo, abbiamo il caso noto di Göteborg, che ha sospeso l’insegnamento dell’italiano, ma a mio giudizio non è l’indice di una tendenza. Più preoccupante è invece la situazione dell’insegnamento dell’italiano nelle medie superiori ma non tanto perché vi sia un calo dell’italiano, ma perché la riforma scolastica GY11, dove la sigla sta per ginnasio, ha - attraverso il sistema dei “meritpoänger” - penalizzato una “piccola” lingua come la nostra. Come Istituto e come Ambasciata, stiamo cercando di affrontare questo problema con le autorità svedesi. Contiamo di prendere iniziative a breve termine (anzi, abbiamo già avuto un incontro con il sottosegretario all’istruzione). Ogni anno organizziamo corsi di aggiornamento per insegnanti d’italiano e ci impegnamo per tenere vivo lo spirito di solidarietà tra i docenti della nostra lingua.
Il compito dell’istituto di cultura è di promuovere iniziative atte ad informare enti e pubblico svedesi sulla cultura italiana. Ma in Svezia vivono ancora migliaia di italiani.

È stato fatto abbastanza per coinvolgerli nelle vostre iniziative?
- Sì, credo di sì. A parte le ottime relazioni con alcune associazioni come la SAI e la FAIS, abbiamo molto lavorato con il cinema, che interessa a molti italiani. Le retrospettive all’istituto sono numerose, il festival del cinema è sempre vitale, un nuovo festival, quello del documentario (“Storie dall’Italia”), è stato creato e voluto da me fortemente e sta riscuotendo un notevole successo. “Storie dall’Italia” è ormai diventato un appuntamento tradizionale con un “altro” cinema, estremamente vitale e creativo. Ogni primavera, a Bio Rio, sono molti gli italiani di Stoccolma che seguono con passione questa manifestazione.

Chi è e cosa lasci in eredità al tuo successore?
- Il prossimo direttore sarà Sergio Scapin, che ha lunghe e qualificate esperienze nell’area nordica, essendo l’attuale direttore dell’Istituto a Oslo ed avendo anche diretto la sede di Copenhagen. L’Istituto è certamente in ottime mani. Uno dei punti dolenti è la manutenzione dell’edificio. L’istituto ha un valore architettonico ed artistico eccezionale, unico nel suo genere. Molto è stato fatto, da me e dai precedenti Direttori, ma molto resta ancora da fare: dopo 54 anni l’istituto è ormai anche un museo. Come conciliare vocazione alla conservazione (tipica di un museo) e svolgimento regolare di attività aperte al pubblico? Non è facile rispondere a questa domanda. Bisogna, in primo luogo, prendere misure di salvaguardia degli arredi. Abbiamo già cominciato a farlo e si potrà continuare.
Quanto alla programmazione 2013, come tu sai, è compito del direttore quando lascia, programmare l’attività per l’anno successivo. Nel 2013 ho previsto una serie di incontri letterari importanti con Sandro Veronesi, Giorgio Vasta, Mauro Covacic, Davide Enia, Milena Agus, per citarne alcuni. Inoltre a marzo ci sarà la quinta edizione del festival del documentario e, una novità, un ciclo dedicato alla donna, al ruolo della donna nella società, nella cultura e nella famiglia oggi in Italia e in Svezia. Vi parteciperanno personalità note della cultura italiana, da Lidia Ravera a Loredana Lipperini, da Lorella Zanardo a Luisella Costamagna, ma anche svedesi come Maria Sveland, Susanne Osten ed altre. Due concerti riprenderanno per il quarto anno consecutivo i consueti incontri con compositori italiani, uno con Lucia Ronchetti – finalmente una compositrice – e l’altro dedicato al compianto Fausto Romitelli.

Per concludere, della Svezia mi resta l’esperienza di un Paese ordinato e civile in cui è possibile fare il proprio lavoro di promozione culturale con piena soddisfazione, stabilendo rapporti molto soddisfacenti con i partner locali. Se proprio dovessi essere costretto a segnalare una criticità, la vedrei nella scarsa attenzione della stampa svedese a quanto accade oggi di vivo e di importante nella cultura italiana.

A cura di Guido Zeccola